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venerdì, maggio 15, 2009
PIL, I DATI DISASTROSI COLPA DELLE POLITICHE SBAGLIATE DEL GOVERNO
I dati del Pil in caduta libera (-5,9% solo nei primi tre mesi!) resi noti dall’Istat fanno capire perché il governo parla tanto di sicurezza e immigrazione, cercando di distogliere l’attenzione degli italiani dalla drammatica crisi economica in cui siamo: si tratta di una pura operazione di depistaggio e di una vera presa in giro degli italiani. I dati del Pil indicano un vero disastro economico per il nostro Paese, messo peggio di praticamente tutti gli altri Paesi dell’Unione europea.
Ciò accade a causa delle politiche economiche antipopolari di Berlusconi, che salva i suoi amici banchieri e industriali mentre taglia salari, pensioni e spesa sociale.
Dalla crisi in cui siamo se ne esce solo con una profonda operazione di redistribuzione del reddito, con l’aumento di salari e pensioni, con tasse ai ricchi e benestanti... L’esatto contrario della politica economica di questa destra.
Ciò accade a causa delle politiche economiche antipopolari di Berlusconi, che salva i suoi amici banchieri e industriali mentre taglia salari, pensioni e spesa sociale.
Dalla crisi in cui siamo se ne esce solo con una profonda operazione di redistribuzione del reddito, con l’aumento di salari e pensioni, con tasse ai ricchi e benestanti... L’esatto contrario della politica economica di questa destra.
sabato, marzo 14, 2009
I precari abbandonati
C’è una parte del mondo del lavoro senza tutele e senza rappresentanza: i precari.
Per coprire con una foglia di fico questa vergogna il governo ha deciso di portare dal 10% al 20% della retribuzione annuale, l’indennità una tantum destinata ai parasubordinati che verranno licenziati: si tratta, secondo i calcoli della Cgil di passare da circa 800 a 1600 euro medi (il ministro Sacconi parla di una somma che va da 1000 a 2600 euro). Soldi che questi lavoratori, dopo anni di sfruttamento, riceveranno in un’unica tranche, per rimanere sostanzialmente a piedi per tutti i mesi a venire. Ma non basta, perché i requisiti per poter accedere al sussidio sono molto restrittivi e non saranno affatto tutti gli 836 mila parasubordinati del Paese a ricevere la cifra, ma al massimo un 10% (calcola la Cgil), cioè circa 80-90 mila persone. La cifra stanziata dal governo, d’altra parte, è molto bassa: cento milioni di euro.
L’elemosina è stata raddoppiata, ma resta sempre un’elemosina. Raffaele Bonanni invece plaude al pacchetto del governo e vaneggia: secondo lui «Il dialogo paga».
«Ragionevolmente prorogheremo anche nel 2010 la misura ma attualmente la copertura è per il 2009» dice il Governo, confermando quindi che neppure il nuovo anno porterà la ripresa economica.
Invece ci vogliono ben altre proposte per uscire da questo pantano: innanzitutto il salario sociale per tutti i disoccupati e l’estensione della cassa integrazione a chiunque perda il posto di lavoro, indipendentemente dalla dimensione dell’azienda di provenienza e dalla tipologia contrattuale. E’ l’unico modo per riunificare lavoratori stabili e precari; nessuno deve restare solo nella crisi. In secondo luogo è necessario rilanciare la spesa pubblica con grandi investimenti nella ricerca, nelle tecnologie eco-sostenibili, nei settori ad alta tecnologia, avendo un disegno industriale del nostro paese di lungo respiro, capace di guardare al futuro del Paese. Insomma, l’opposto delle scelte operate da questo governo.
Ma per varare misure così importanti servono risorse, e le risorse non vanno prese dalle tasche dei pensionati o dei lavoratori che in questo caso si dividerebbero reciprocamente la miseria. I costi della crisi devono progressivamente ricadere su chi è più abbiente e su chi finora ha fatto il furbetto. Si può fare con l’aumento delle tasse sopra i 100 mila euro, la patrimoniale, la tassa di successione per i grandi patrimoni, la tassazione delle rendite finanziarie e rilanciando una vera lotta all’evasione. Bisogna fare cioè esattamente come sta proponendo il presidente degli Usa Obama: togliere ai ricchi per dare ai disoccupati, ai precari ed ai cassintegrati.
Qualche forza politica parla di queste proposte e per queste si vuole battere; sta a noi lavoratori scegliere tra la “carità pelosa” di questo governo e la riscoperta della nostra forza, dei nostri diritti e delle vessazioni cui siamo sottoposti.
Per coprire con una foglia di fico questa vergogna il governo ha deciso di portare dal 10% al 20% della retribuzione annuale, l’indennità una tantum destinata ai parasubordinati che verranno licenziati: si tratta, secondo i calcoli della Cgil di passare da circa 800 a 1600 euro medi (il ministro Sacconi parla di una somma che va da 1000 a 2600 euro). Soldi che questi lavoratori, dopo anni di sfruttamento, riceveranno in un’unica tranche, per rimanere sostanzialmente a piedi per tutti i mesi a venire. Ma non basta, perché i requisiti per poter accedere al sussidio sono molto restrittivi e non saranno affatto tutti gli 836 mila parasubordinati del Paese a ricevere la cifra, ma al massimo un 10% (calcola la Cgil), cioè circa 80-90 mila persone. La cifra stanziata dal governo, d’altra parte, è molto bassa: cento milioni di euro.
L’elemosina è stata raddoppiata, ma resta sempre un’elemosina. Raffaele Bonanni invece plaude al pacchetto del governo e vaneggia: secondo lui «Il dialogo paga».
«Ragionevolmente prorogheremo anche nel 2010 la misura ma attualmente la copertura è per il 2009» dice il Governo, confermando quindi che neppure il nuovo anno porterà la ripresa economica.
Invece ci vogliono ben altre proposte per uscire da questo pantano: innanzitutto il salario sociale per tutti i disoccupati e l’estensione della cassa integrazione a chiunque perda il posto di lavoro, indipendentemente dalla dimensione dell’azienda di provenienza e dalla tipologia contrattuale. E’ l’unico modo per riunificare lavoratori stabili e precari; nessuno deve restare solo nella crisi. In secondo luogo è necessario rilanciare la spesa pubblica con grandi investimenti nella ricerca, nelle tecnologie eco-sostenibili, nei settori ad alta tecnologia, avendo un disegno industriale del nostro paese di lungo respiro, capace di guardare al futuro del Paese. Insomma, l’opposto delle scelte operate da questo governo.
Ma per varare misure così importanti servono risorse, e le risorse non vanno prese dalle tasche dei pensionati o dei lavoratori che in questo caso si dividerebbero reciprocamente la miseria. I costi della crisi devono progressivamente ricadere su chi è più abbiente e su chi finora ha fatto il furbetto. Si può fare con l’aumento delle tasse sopra i 100 mila euro, la patrimoniale, la tassa di successione per i grandi patrimoni, la tassazione delle rendite finanziarie e rilanciando una vera lotta all’evasione. Bisogna fare cioè esattamente come sta proponendo il presidente degli Usa Obama: togliere ai ricchi per dare ai disoccupati, ai precari ed ai cassintegrati.
Qualche forza politica parla di queste proposte e per queste si vuole battere; sta a noi lavoratori scegliere tra la “carità pelosa” di questo governo e la riscoperta della nostra forza, dei nostri diritti e delle vessazioni cui siamo sottoposti.
sabato, gennaio 17, 2009
Decreto anticrisi inadeguato. Chi ci rimette è il lavoro.
Il 50% del totale dei dipendenti italiani (non considerando il pubblico impiego) non ha diritto a nessuna misura di sostegno al reddito. Lo studio dell'associazione artigiani e piccole imprese (Cgia) di Mestre, mostra tutta l'inadeguadezza del nostro sistema di ammortizzatori sociali. Oltre a quella del cosiddetto «decreto anticrisi» del governo che non stanzia un euro in più per fare fronte alla gravità della crisi.

Il 2009 sarà un anno recordo di cassa integrazione, ha detto il presidente dell'Inps alcuni giorni fa, soprattutto di quella «ordinaria» (che si applica ai settori dell'industria, dell'edilizia e dell'agricoltura e che risponde a crisi di carattere transitorio) e di quella «in deroga» (che si applica a quei settori e tipologie di aziende che a norma di legge non ne avrebbero diritto). Solo a dicembre le richieste di cig sono aumentate, su base annuale, del 500%. L'impatto sociale è esplosivo. Per chi ne ha diritto, la cassa integrazione significa campare con non più di 800 euro al mese nella gran parte dei casi. Ma sono in molti a non avere diritto a nessuna misura di protezione. I precari a vario titolo innazitutto - i primi a 'saltare' - una giungla contrattuale che è andata infoltendosi negli ultimi anni e che oggi conta poco meno di 5 milioni di persone: secondo alcune stime sarebbero 350 mila i precari che, per effetto della crisi, ogni mese corrono il rischio di non vedersi rinnovato il contratto.
Ma anche tra i dipendenti sono in moltissimi - la metà del totale, secondo quanto indica l'indagine degli artigiani di Mestre - a non avere diritto a nessuna forma di protezione. La maggior parte di costoro (2,3 milioni) lavora nei servizi e poi, a seguire, nelle piccole e medie imprese del commercio (1,9 milioni), nell'artigianato (889 mila), nel settore del turismo (870 mila tra alberghi e ristoranti), nel credito e assicurazione (544 mila) e nella comunicazione (338 mila dipendenti). Se questo è l'ordine di grandezza dei numeri, appaiono a dir poco inadeguate le misure messe in campo dal governo.
Il 2009 sarà un anno recordo di cassa integrazione, ha detto il presidente dell'Inps alcuni giorni fa, soprattutto di quella «ordinaria» (che si applica ai settori dell'industria, dell'edilizia e dell'agricoltura e che risponde a crisi di carattere transitorio) e di quella «in deroga» (che si applica a quei settori e tipologie di aziende che a norma di legge non ne avrebbero diritto). Solo a dicembre le richieste di cig sono aumentate, su base annuale, del 500%. L'impatto sociale è esplosivo. Per chi ne ha diritto, la cassa integrazione significa campare con non più di 800 euro al mese nella gran parte dei casi. Ma sono in molti a non avere diritto a nessuna misura di protezione. I precari a vario titolo innazitutto - i primi a 'saltare' - una giungla contrattuale che è andata infoltendosi negli ultimi anni e che oggi conta poco meno di 5 milioni di persone: secondo alcune stime sarebbero 350 mila i precari che, per effetto della crisi, ogni mese corrono il rischio di non vedersi rinnovato il contratto.
Ma anche tra i dipendenti sono in moltissimi - la metà del totale, secondo quanto indica l'indagine degli artigiani di Mestre - a non avere diritto a nessuna forma di protezione. La maggior parte di costoro (2,3 milioni) lavora nei servizi e poi, a seguire, nelle piccole e medie imprese del commercio (1,9 milioni), nell'artigianato (889 mila), nel settore del turismo (870 mila tra alberghi e ristoranti), nel credito e assicurazione (544 mila) e nella comunicazione (338 mila dipendenti). Se questo è l'ordine di grandezza dei numeri, appaiono a dir poco inadeguate le misure messe in campo dal governo.
sabato, gennaio 10, 2009
Metà dei lavoratori dipendenti senza cassa integrazione
Roma, 8 gennaio - La possibilità di differenziare la cassa integrazione tra le Regioni e le diverse aree del Paese, contenuta in uno degli emendamenti presentati oggi all'articolo del decreto anti-crisi sugli ammortizzatori sociali, lascia perplesso il segretario confederale della Cgil, Fulvio Fammoni.
“Che cosa vuol dire CIG differenziata a livello locale. Trattamenti diversi tra lavoratori, magari dello stesso gruppo, secondo l’area geografica o, fermo restando il tetto, si tratta della ripartizione delle quote fra enti pubblici? Si chiede il dirigente sindacale.
Nel primo caso - osserva Fammoni - si introdurrebbero una sorta di gabbie salariali degli ammortizzatori, nel secondo un provvedimento che potrebbe dividere tra regioni ricche e povere”.
“E' patologico invece - prosegue il segretario della Cgil - il continuo ricorso alla minaccia di non corrispondere più gli ammortizzatori ai lavoratori. Se si volesse davvero discutere di effettiva formazione e di congruità del lavoro bisognerebbe aprire questa discussione che latita da anni. La logica evidente per il governo è che invece la colpa della crisi è dei lavoratori e loro devono subirne gli effetti”.
Secondo il dirigente sindacale di Corso d'Italia, ciò che ''manca totalmente sono le risorse necessarie agli ammortizzatori”.
“Vedo, invece - conclude Fammoni - che si sono trovate quelle per gli esercenti che chiudono l'attività tre anni prima della vecchiaia, mentre le risorse aggiuntive più volte annunciate e promesse non ci sono e questo è gravissimo e un ulteriore indice dell’inadeguatezza rispetto alla crisi”.
“Che cosa vuol dire CIG differenziata a livello locale. Trattamenti diversi tra lavoratori, magari dello stesso gruppo, secondo l’area geografica o, fermo restando il tetto, si tratta della ripartizione delle quote fra enti pubblici? Si chiede il dirigente sindacale.
Nel primo caso - osserva Fammoni - si introdurrebbero una sorta di gabbie salariali degli ammortizzatori, nel secondo un provvedimento che potrebbe dividere tra regioni ricche e povere”.
“E' patologico invece - prosegue il segretario della Cgil - il continuo ricorso alla minaccia di non corrispondere più gli ammortizzatori ai lavoratori. Se si volesse davvero discutere di effettiva formazione e di congruità del lavoro bisognerebbe aprire questa discussione che latita da anni. La logica evidente per il governo è che invece la colpa della crisi è dei lavoratori e loro devono subirne gli effetti”.
Secondo il dirigente sindacale di Corso d'Italia, ciò che ''manca totalmente sono le risorse necessarie agli ammortizzatori”.
“Vedo, invece - conclude Fammoni - che si sono trovate quelle per gli esercenti che chiudono l'attività tre anni prima della vecchiaia, mentre le risorse aggiuntive più volte annunciate e promesse non ci sono e questo è gravissimo e un ulteriore indice dell’inadeguatezza rispetto alla crisi”.
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